La storia del naufragio del relitto LST 349

Ernesto Prudente, nostro caro amico, ci ha dato questa preziosissima testimonianza scritta da uno degli ufficiali di bordo pochi giorni dopo la tragedia:

 

La storia del naufragio del relitto LST 349

IRVING B. GERSON

LA MIA PERSONALE ESPERIENZA DEL NAUFRAGIO

IBG JOQ BISERTA Aprile 1944

TRADUZIONE di SILVERIO LAMONICA Gennaio 2006

 

INTRODUZIONE

Questa è la mia storia del naufragio del Piroscafo LST 349. Ho semplicemente scritto ciò che penso di aver visto e ciò che credo di aver fatto.
I miei intenti di questo lavoro sono:
1) ricordare l’esperienza,
2) provare la mia abilità di mettere su carta una storia, in modo leggibile e accurato,
3) se il secondo fine avrà successo, di pubblicare il resoconto, in modo che quella gente, in uniforme o no, che vive in quell’ altra parte del mondo, chiamata comunemente “The States”, potrà apprendere qualcosa di più in merito a ciò che è effettivamente accaduto ad alcuni dei suoi uomini. (Questo non è in realtà un motivo, poiché la censura della Marina Militare non approverà mai questa storia, infatti un Ammiraglio non ne fu elogiato, e inoltre furono fatte alla Marina alcune osservazioni poco piacevoli),
4) avere un resoconto scritto, in modo che io possa fare uno sforzo decisivo per dimenticare l’intera esperienza senza perderne la traccia e
5) eliminare la necessità di ripetere continuamente la storia; quando mi si chiede ciò che accadde, sogno di mostrare all’interlocutore questa pila di parole. Dovrebbe zittirlo velocemente.

A CHI VISSE QUESTA STORIA

La precisione e l’onestà nel riferire sono le doti che mi hanno guidato nel mettere giù queste note. Se ho offuscato avvenimenti o persone, ricordate, per piacere, è solo colpa mia che li ho trascritti. Qualora avessi fatto una tale trasformazione ne soffrirei molto.
Se ti ritieni offeso dall’ esposizione che segue, dì a te stesso: “Gerson l’ha vista in quel modo – e va bene – che ti puoi aspettare? E’fatto così.”
Mi spiace che tanti “Io” appaiano in questo (lavoro). Avrei preferito che fosse stato completamente impersonale. Comunque, se è successo, soprattutto per mia ingenua prosopopea, le impressioni e le reazioni di persone esperte non dovrebbero darvi alcun peso. Per concludere: Questo fatto è, in qualche modo, diverso dall’inferno? Biserta, Aprile 1944

PROLOGO

Una foto di dieci piroscafi militari da carico, ormeggiati in un porto straniero, è stata pubblicata, di recente, da molte riviste e giornali negli Stati Uniti.
Abbiamo individuato il posto, lo conosciamo molto bene. E’ la nostra base militare. Molto probabilmente uno dei piroscafi militari era nostro, il 349.
Ciascuna di quelle navi assomigliava alle altre, erano tutte dello stesso tipo. Eppure ciascuna era diversa dalle altre , la differenza la fanno gli uomini che vi sono passati. Ciascuna nave aveva una reputazione e una personalità, noi ci occupiamo del 349.
Era una di quelle poche navi che la Marina ama definire una “nave felice”.
Il 349 fu veramente una “nave felice”. Ciò significa che la vita a bordo era moderatamente piacevole; che gli ufficiali e gli uomini dell’equipaggio sentivano che se dovevano stare in questo dannato pasticcio, se dovevano essere all’estero e se dovevano stare nelle forze anfibie, avrebbero preferito farlo su questa nave anziché su qualsiasi altra.
Per dirla in altro modo, gli uomini facevano il proprio lavoro con poca fatica e divergenze minime, avendo tempi accettabili, come permetteva loro la vita di bordo. Sebbene ciò possa sembrare semplice, è sorprendente notare quante navi fossero lacerate da frizioni tra gli ufficiali e da serie divergenze tra l’equipaggio; quante navi fossero posti poco piacevoli su cui vivere, a causa di restrizioni non necessarie e di sciocche interpretazioni dei ruoli e dei regolamenti.
Ciò non vuol dire che sul 349 ciascuno volesse bene all’altro, almeno a tiro di schioppo. Il punto è che la nave era governata in una maniera tale che si comportamento spiacevole era tenuto sotto controllo e velocemente sistemato; le persone coinvolte capivano la necessità e il bisogno di prevenire confusioni, che sfociassero in rancori duraturi e in odio personale.

Lo spirito di una nave si genera direttamente dal Comandante; egli è il personaggio dominante, il dittatore, il presidente, il sindaco, il giudice, il capo della polizia, il maestro, il leader. Egli mette a punto il modo di essere di una nave. I suoi ufficiali e i marinai incontrano il modo di essere che lui ha messo a punto. Essi possono ampliarlo, ridurlo o cambiarlo, dipende dalle relative forze e desideri.
Nel caso del 349, gli ufficiali e i marinai ampliarono lo spirito messo a punto dal Comandante Emmons; c’era ciò che io definisco uno spirito realistico – uno spirito di senso comune.
Su questioni importanti il Comandante era rigoroso; aveva sempre mano ferma, ma delegava una considerevole autorità e responsabilità ai suoi subordinati. Ciascun ufficiale o marinaio, nel percorrere la nave, era convinto di sentire che lui ne era parte.
Noi eravamo trattati da civili, cosa che in effetti siamo. Era esattamente una nave civile. Tre anni fa non c’erano più di tre o quattro dei cento uomini arruolati e nessuno dei dodici ufficiali in uniforme. La maggior parte di loro giunse verso la metà dell’anno scorso. Tutti gli ufficiali e la gran parte dei marinai erano riservisti.

Ed ecco i personaggi principali della storia del naufragio, per la maggior parte le figure principali nella vita quotidiana della nave.

TEN di Vascello: ROBERT EMMONS: Comandante, ultraquarantenne, prestò servizio per due anni nell’ultima guerra con lo stesso grado attuale; capitano della squadra di baseball ad Harvard, ai tempi suoi, membro di una vecchia famiglia benestante di Boston; veterano yactsman amatoriale; mediatore di successo in affari monetari. Calmo, dall’andatura disinvolta, amante del divertimento; beveva di tutto, ma sottobanco, come pochi tra noi; ben navigato, conosceva le persone “giuste”; non aveva cura del funzionamento della motozattera (chi lo fa?) ma divenne abbastanza legato ai suoi ufficiali e marinai. Ognuno, a bordo della nave, parlava bene dello skipper – una situazione veramente insolita.

TEN di Vascello DAVID A. DYER: Ufficiale esecutivo, piccolo, magro, nervoso, biondo; appena trentenne, celibe, esercitava la professione di avvocato a St. Louis; curava il lavoro di ufficio e i dettagli tecnici di bordo; inoltre regolava la rotta. Alla minima provocazione dava in escandescenze, parlando animatamente e agitandosi, per tutta la nave; cercava di fare sempre la “cosa giusta”.

TEN di Vascello WILLIAM BURGESS: Ufficiale di macchina, del Texas, ultra quarantenne; assieme al Comandante, acquisì “con l’esperienza dell’età” gli elementi della conduzione della nave. Calmo, tranquillo e simpatico, creò un clima di armonia tra gli addetti alle macchine.
GUARDIAMARINA FRANK BUTZ: Ufficiale d’artiglieria; di Chicago, appena ventenne, fresco sposo; coscienzioso e competente, l’artiglieria lavorava sempre, quando serviva.

GUARDIAMARINA HANK POWERS: del Mississippi, primo luogotenente, esile e scuro, si muoveva lentamente e in silenzio; aveva il compito più ambito a bordo e non se lo lasciava sfuggire.

GUARDIAMARINA JOHN ENZMAN, JR.: Ufficiale addetto allo approvvigionamento, di Long Island; giovane e serio; laureato in farmacia e pignolo nei dettagli, era inflessibile nel suo lavoro di approvvigionamento. Responsabile delle cinghie dei pantaloni degli ufficiali e della truppa, che si allargavano in continuazione. Mentre si sudava durante l’operazione di Anzio anche lui sudava, per la gravidanza di sua moglie. Due giorni dopo il naufragio apprese che era diventato il padre di John II.

GUARDIAMARINA MONTE HARKINS: Ufficiale marconista; del Kentuky; appena ventenne; raramente fuori dalla branda, ma quando lo era, diventava l’uomo più elegante della nave.

GUARDIAMARINA JOE LOTZER: del Wisconsin; s’imbarcò il giorno prima che la nave lasciasse gli Stati Uniti; non aveva un incarico speciale, così prestava aiuto dove era necessario e si occupava dei programmi atletici e ricreativi; sui vent’anni.

GUARDIAMARINA LEO SOUZA: Arrivò dagli Stati Uniti due mesi prima della battaglia di Anzio, così ricevette un veloce battesimo del fuoco. In pochi mesi in Marina, divenne un veterano nelle invasioni, nei raid aerei, nel testimoniare infortuni e uccisioni di uomini e di un naufragio, molto di più rispetto a tanti Comandanti di Marina e Ammiragli con trenta anni di servizio.

DR JEAN A. WOLFS: Tenente di vascello, giovane medico, con dottorato a Dartmouth e in Pennsylvania; un grande personaggio, al quale si addice il motto: “il bello finisce presto”. Sentiva che era stata una bella rottura essere assegnato a un LST, dopo che era stato per almeno un anno in LCT. Si imbarcò a Dicembre. Era mio compagno nelle partite di bridge contro Lotzer e Souza e mentre accumulavano punti in continuazione, fino ad avere un vantaggio di qualche migliaio rispetto a noi, eravamo convinti di giocare il miglior bridge.

GUARDIAMARINA “MAC” MACCONNELL: Minuto ufficiale di bordo, ventenne, giovane fattore del Nebraska, il quale aveva un lavoro leggero in una base confortevole ma, stanco di quella situazione, chiese di essere assegnato alla marina; preferiva lavorare in prima persona e sentirsi occupato; leggeva la Bibbia ogni sera prima di andare a dormire.

TEN di Vascello (JG) IRVING B. GERSON: di Detroit, ufficiale di piccole unità, già su una nave officina, già ufficiale addetto al fuoco navale mattutino e serale, già ufficiale di una barca da viveri sul Lago di Biserta, già ufficiale corriere del Comandante Lancrabnaw, già direttore del “Karouba Courier”. Alto, scuro, pesante, rivale del Capo Harkin in tali cariche onorifiche; perdonate se non salvò la sua macchina per scrivere con cui era solito comporre articoli e storie che nessuno legge; l’unica copia del suo primo libro ora rimane sul fondo del Mediterraneo – ed egli pensa che sia un bel posto per quello.

NOSTROMO CAPO – SECONDO UFFICIALE, DI SANTI: 16 anni in Marina, trascorreva le
sue ore di veglia riferendone ad ognuno; non aveva, il nostromo, un lavoro caratteristico, caratteristico era
Di Santi, un personaggio affabile per chiunque volesse prestare orecchio alle sue chiacchiere.

NOSTROMO IN SECONDA  JIM COSTELLO: affidabile, gran lavoratore, capotribù tra i
piccoli marinai; faceva un lavoro eccellente riguardante  tutti i problemi materiali ma non riusciva a trattare
con gli uomini; cercava di applicare le norme della Marina apprese durante il periodo di ferma, in tempo di
pace, propinate all’equipaggio a bordo di una corazzata – e ciò li esonerava dal lavoro. Uno degli uomini di
maggior valore sulla nave, a dispetto dei problemi umani, creati dalla sua mancanza di tatto e di
ragionevolezza nel dare gli ordini.

TIMONIERE, KAPPE: Giovane fattore del Michigan, la cui voglia di lavorare, l’abilità nel procurarselo e l’amicizia con l’equipaggio gli fecero guadagnare una posizione d’importanza tra il personale di coperta; come Costello, poteva contare di portare a termine il lavoro nel migliore dei modi.

NOCCHIERE di 2A CI. FRITCH: Rappresenta il gruppo di marinai che faceva poco oltre a creare noie e a scansare fatiche; un simpatico personaggio con il quale chiacchierare mentre si stava di guardia; fu trasferito sul 349, segnato come “non richiesto”, non poteva evitare quella piastrina di identità.

TIMONIERI HANK e RUSS MARTIN: Nessun rapporto, due piccoli marinai, su cui si poteva contare quando le condizioni del mare erano difficili.

TAYLOR, Fuochista di 2/c : Era di poche parole, esperto e non perdeva la calma quando scorreva il sangue.

DONALDSON, Nostromo Capo 1/c : “Papà” era il più anziano e il tuttofare di bordo; era solo necessario dirgli ciò che si voleva e in breve tempo il lavoro era fatto.

La nave in questione aveva poco più di un anno. Guidata da diversi gruppi di ufficiali e marinai, aveva preso parte all’invasione della Sicilia. Ci fu un cambio prima dei fatti di Salerno e, col nuovo equipaggio, la nave partecipò alle operazioni militari di quella città.
Tra Salerno ed Anzio partecipò ad alcune operazioni a Biserta, Palermo e Napoli.
Nel mese precedente le operazioni di Anzio, fummo impiegati nelle manovre giornaliere nella Baia di Napoli.
Giunse il momento dell’invasione e le scialuppe della nave sbarcarono una compagnia di fanteria sulla spiaggia nell’ora stabilita  la prima ondata. Appena un’ora dopo, mezzi anfibi vomitarono sulla spiaggia pezzi di artiglieria.
All’alba la nave si avvicinò alla spiaggia per disfarsi del resto del carico. Una bomba piombò vicino alla poppa ed un proiettile da 20 mm sparato da un LCI, a volo radente, colpì la nave durante un raid aereo. Tre uomini furono uccisi, sette i feriti. Alla fine dello sbarco si dovettero portare i corpi a riva.
Una volta a Napoli, caricammo e tornammo ad Anzio, il secondo dei dodici viaggi fatti. Per la maggior parte del tempo trasportavamo munizioni all’andata e camion vuoti al ritorno. In due occasioni, al ritorno, trasportammo feriti e la notte del naufragio trasportavamo 54 prigionieri, 3 italiani e il resto tedeschi, più 25 autocarri e diversi passeggeri.

Numerosi furono i fuggiaschi, nel corso del raid aereo nel porto di Anzio. Innanzitutto non ci fu alcuno sforzo nel percorrere (i luoghi) avanti e indietro, infatti spesso correvamo senza scorta. Quando il Piroscafo 348 fu silurato mentre era in navigazione, a poche ore dietro di noi, la situazione cambiò. Ci fu una tensione costante tra gli ufficiali e gli uomini dell’equipaggio, per tutte le trenta o quaranta ore del viaggio di andata e ritorno. La tensione si era accumulata. Iniziò quando venimmo a sapere che saremmo stati in prima linea nel corso di questa invasione. Si gonfiò a dismisura quando gli uomini furono feriti e uccisi. Ogni sortita e ogni raid aereo aumentavano la tensione. Raggiunse un punto tale che nemmeno una buona sbornia a Napoli l’avrebbe potuta alleviare. Tra un viaggio e l’altro, il Capitano di Corvetta addetto al nostro gruppo di navi, sarebbe salito a bordo. 

Avrebbe sorriso cordialmente e chiesto come andavano le cose ad Anzio, ci avrebbe promesso una pausa dopo il prossimo viaggio e quindi, con un bell’ arrivederci sarebbe tornato al suo “fronte dei gelati” a Napoli.
L’ultimo viaggio avvenne durante una violenta tempesta, una di quelle famigerate tempeste invernali del Mediterraneo. Ce n’erano state un certo numero nel corso delle ultime settimane.
Il Capitano Robert Morris, comandante della nostra flottiglia, viaggiava con noi.
Ad Anzio, il vento e i marosi erano così forti che soltanto un piroscafo per volta veniva scaricato. Il capitano di porto chiuse un occhio perché avevamo a bordo un carico che doveva essere portato a destinazione con la massima urgenza.
L’ancoraggio nel porto di Anzio è difficile quando le condizioni del tempo sono buone. In quel giorno, il forte vento rese il lavoro un vero e proprio test di abilità per lo skipper nel governare la nave. Lo fece in modo eccellente e velocemente. Lo dirigeva il Capitano Morris.
Nel lasciare il porto, il lavoro fu ancora più duro. Il vento non permetteva alla nave di girare. Ci volle oltre mezz’ora di manovre e di manipolazioni per uscire. Ad un certo punto la poppa fu a pochi piedi da un piroscafo ormeggiato al molo, mentre la prua sfiorava un relitto di nave parzialmente affondato. Jerry scelse questo momento per afferrare una conchiglia (spinta) dallo “ulular del vento” in un raggio di cento metri da noi, che non ci aiutò in alcun modo. Finalmente , dopo aver sganciato l’ancora e oscillando su di essa , il Capitano fu in grado di far fare dietro front alla nave e dirigersi su Napoli.

Viaggiavamo da soli e senza scorta. Per tutto il pomeriggio c’impennavamo a causa del mare agitato da forti venti contrari, facendo poco abbrivio. La visibilità era scarsa. La decisione di ancorare fu presa dai tre ufficiali più importanti della nave: il Comandante, il Signor Dyer e il Signor Burgess. L’Isola di Ponza offriva protezione dalla tempesta; l’idea fu di trascorrervi la notte e poi procedere verso Napoli all’alba. Perciò saremmo arrivati verso mezzogiorno, avremmo potuto fare il carico per effettuare un altro viaggio e ripartire nel tardo pomeriggio, facevamo sempre la stessa cosa da quando cominciammo a viaggiare.

La difficoltà di navigare di notte attraverso zone minate e isole, nel corso di una forte tempesta, fu il motivo più pressante nel decidere di ancorare. Quando gettammo l’ancora alle 19.00 il mare, sottocosta, era calmo, il vento leggero. La decisione di ancorare fu presa per seri motivi, riguardanti entrambi gli aspetti della questione. La possibilità di essere attaccati da sottomarini o da imbarcazioni leggere (MAS?) come nel caso della 348, fu ammessa. Il pericolo di finire inaspettatamente sugli scogli fu considerato.
Nel giudicare i fattori in campo, i vantaggi superavano chiaramente gli svantaggi. Se non ci fossimo ancorati ed avessimo eventualmente proseguito tra i pericoli come le mine o fossimo andati ad incagliarci, al Comandante e agli ufficiali avrebbero gridato: “Perché non avete cercato riparo in qualche posto come Ponza?”.
Io ero di guardia tra le 22.00 e le 24.00. C’era un foglio-notizie del Comandante agli uomini di guardia. Ordinava, in caso di pericolo per il rinforzarsi del vento, di calcolare tre “quarte” sull’isola, dichiarava che si doveva sparare un colpo entro 3 secondi d’orologio, allertare anche la sala macchine , ammonì gli uomini di guardia di mantenere una speciale allerta e di chiamarlo nel momento in cui notassero il cambiamento del vento.

Durante le mie ore di guardia, tutto era perfettamente calmo. E così avvenne per tutta la notte -dall’ora in cui l’ancora fu gettata alle 19.00 fino alle 05.30 del mattino seguente. Il Comandante venne al posto di guardia a mezzanotte ed esaminò le varie cose. Il Sig.r Burgess esaminò la situazione verso le 04.30.
Alle 05.30 si scatenò l’inferno ….

IL NAUFRAGIO

Il segnalatore del Quartier Generale suonò per un solo istante. Ma fu sufficiente a svegliarmi. Mi girai a vedere cosa fosse accaduto. Se ci fosse stato un attacco nemico, il segnalatore avrebbe suonato più a lungo. Ero abbastanza sveglio per accorgermene.
La gente si spostava in continuazione nel corridoio fuori la mia cabina. Là fuori sembrava che ci fosse un gran movimento. Mac, il mio compagno di cabina, che dormiva nella cuccetta sotto la mia, non era lì. Significava che era accaduto qualcosa tra le quattro e le sei del mattino, perché era di guardia a quell’ora.
Il Tenente dell’esercito, tirato a riva sulla spiaggia di Anzio, che era un passeggero in questo viaggio di ritorno, e che dormiva in una delle cuccette libere nella nostra cabina, si girò e mi chiese quale fosse il problema.

Gli risposi che non lo sapevo, ma pensai che sarebbe stato meglio alzarsi e scoprirlo. In realtà non avevo alcuna fretta, perché non avevo alcun compito da eseguire quando suonava l’allarme del Quartier Generale. Io ero un ufficiale di Piccole Unità su una nave che, senza Mac e me, aveva ufficiali in numero più che sufficiente. Stavamo seduti in giro per la maggior parte del tempo. Tranne il momento dell’invasione, eravamo dei veri e propri bagagli superflui.

Si avvertiva un certo rollio della nave, ma non violento. Saltai giù dalla cuccetta e cominciai a vestirmi; non ero ancora completamente sveglio. Tenevo i miei indumenti pronti e a portata di mano, così non impiegavo molto tempo ad indossarli. Il cappotto di montone non c’era, doveva averlo indossato Mac, perciò afferrai una leggera giacca militare, la mia cintura di salvataggio e uscii nel corridoio.
Il Signor Burgess, l’ufficiale macchinista, veniva in fretta dietro di me. Era eccitato e chiamava a gran voce il comandante. Fu proprio allora che seppi che era accaduto qualcosa di grave – che eravamo in una posizione pericolosa. Dal momento che il Signor Burgess aveva sempre avuto calma e sangue freddo, ora appariva un po’ preoccupato – e se lo fosse stato, cercava di non mostrarlo . Egli e il Comandante erano gli uomini più anziani tra gli ufficiali e davano l’esempio nel mantenere calma e sangue freddo in numerosi momenti critici che affrontammo fin da quando sbarcammo, all’ora stabilita, sulla “Spiaggia Rossa 2”, vicino Anzio.
Carlton, 1° macchinista, braccio destro del Signor Burgess, si mosse dietro di me e dopo il Signor Burgess. Johnson, secondo capo timoniere, accorse dopo, lo seguii su per la scala verso la sala cartografica che era vuota, ma fuori, nella timoniera, c’era una folla in fermento che parlava nel buio. Aprii il boccaporto per uscire sul ponte, ma il vento e la pioggia erano così violenti che mi voltai e rientrai, quindi scesi giù nella mia cabina, per prendere qualche indumento più adatto alla pioggia.
Laggiù il tenente era ancora a letto. Stavo accanto alla mia cuccetta per prendere una giacca da pioggia, quando la nave urtò gli scogli per la prima volta. Il colpo mi scaraventò contro la cuccetta.

“Meglio alzarsi” dissi al Tenente “questo fatto sembra piuttosto serio, siamo sugli scogli.”
“Si? Va bene”.
La calma era tanta per un ragazzo che era stato sostituito al fronte dopo un mese, perché scosso di nervi.

Mentre indossavo gli indumenti per la pioggia, le luci si spensero. Ora imprecavo davvero. Arrabbiato per il buio, arrabbiato per essere finito sugli scogli. Non pensavo alla morte o al modo di scampare o a qualcosa di drammatico e cruento. Ero impazzito perché una cosa del genere doveva capitare proprio a noi; sapevo che l’andare a finire sugli scogli era un brutto marchio nel curriculum di un Comandante.
Per un istante ricordai un compagno di classe della Harvard Business School, che aveva perso la vita quando la sua nave naufragò sugli scogli di Newfoundland un paio di anni addietro. Non lo conoscevo bene, ma fu uno dei primi amici che ho conosciuto ad essere ucciso in guerra.
Avevo troppo da fare e troppa fretta di salire nella parte superiore per pensare molto a quell’amico o ad altre considerazioni. Dovevo trovare una torcia elettrica. Cercai intorno e ne trovai due. Mi congratulai per la fortuna avuta , trovai pure un coltello che ficcai in tasca. Cercai dei guanti, ma non ne trovai – che più tardi sarebbero stati destinati a mani tagliate e infette.
Lasciai la cabina e corsi di sopra. Fu l’ultima volta che ero sottocoperta l’ultima volta che ero in quella cabina… l’ultima volta che vedevo la macchina per scrivere che tenevo fin dall’anno di “matricola” a Michigan … c’era una lettera scritta a metà per Chuck Himelhoch. Inoltre c’erano lettere per Barb Savage, l’ex fidanzata che mi aveva appena scritto che si era sposata… ed una a certe persone e a Betty e a mia sorella. Mai pensavo di recuperare il denaro o il portafogli o di salvare qualcosa di valore. L’idea della nave che affondava non mi veniva proprio in mente.

Eccetto i guanti, ero ben equipaggiato per quel che doveva accadere. Persi subito il berretto da marinaio che avevo appena indossato, ma l’equipaggiamento per la pioggia fu consumato nel corso dell’intera esperienza. Mi tenne caldo e asciutto per tutto il tempo. Erano due capi: pantaloni e grembiule. Era materiale solido, non permetteva all’acqua e all’aria di passarvi attraverso. Il grembiule aveva un cappuccio che più tardi sarebbe servito per proteggermi la testa e gli occhi dall’acqua salata e dal petrolio. Comunque chi aveva curato la manifattura di quell’ attrezzatura ha un sacco di ringraziamenti da parte mia.

Tornai nella sala cartografica. Come attraversai la cabina radio, sentii Monte Harkins (il guardiamarina – ufficiale marconista) gridare al suo radio operatore di inviare un SOS, mai avrei pensato di stare su una nave che avesse mandato quel messaggio. Nella timoniera Frank Butz

(guardiamarina – ufficiale artigliere) diceva: “Capitano, ecco i lanciarazzi!”. Nella timoniera c’era ancora un sacco di gente.
Uscii all’aperto e salii sulla passerella, quando i segnali luminosi di pericolo furono sparati in aria. Qualcuno sparò poche salve da 40 mm. Anche le tracce segnalarono bene il pericolo. Pioveva e soffiava un vento di tempesta così forte che bisognava reggersi bene alla murata, per poter stare in piedi. La luce cominciava già a profilarsi tra le tenebre, tuttavia non eravamo ancora in grado di scorgere bene gli scogli contro i quali stavamo per sbattere.

Mac era l’unica persona lassù. Il suo volto aveva un aspetto diverso da qualsiasi altra occasione e che non vidi mai, prima o dopo quella volta. Il suo viso, di solito rubicondo, era sbiancato e gli occhi erano agghiacciati in un’espressione di follia, di amarezza, di inquietudine e forse di nausea. Poiché era l’Ufficiale di Guardia quando la nave finì sugli scogli, si sentiva in un certo senso responsabile.  Pensava proprio a quello. E pensava pure di essere un povero infelice, unito a quella nave che, con quel tempo, stava per finire sulle rocce. Non credo che a Mac sia mai piaciuto il mare. A molti di noi non piace. Era un ragazzo di fattoria del Nebraska ed era  il terreno asciutto quello che amava. Credo che avvertisse un senso di impotenza in questo suo ruolo. A Mac piaceva realizzare cose concrete lavorando con le proprie mani, andare in giro e sentirsi utile. La maggior parte di noi che stava su questa nave, avvertiva di non aver nulla da fare, come gli ufficiali di una piccola imbarcazione. Mac si logorò in tale situazione. Egli era lontano dall’essere felice ma era sicuro in merito a ciò che desiderava: voleva lavorare. Era stato su una base terrestre per la maggior parte dell’estate e dietro sua richiesta andò in marina per le operazioni di Anzio. Mi raggiunse, mentre ero aggrappato alla murata. “Cosa è successo, Mac ?” “Oh, è venuta meno l’ancora, maledizione!”
“Potresti fare qualcosa?” Gridai nel frastuono del vento e della pioggia.
“No, sono andato laggiù, al castello di prua e, senza perdere tempo, ho mandato Barrett ad avvisare il Comandante. Quando ho visto che si stava allentando, sono corso immediatamente verso il ponte. Ma era troppo tardi.”
“E le macchine?” 
“Abbiamo tentato, ma non c’era tempo.”
“Gesù, questo è un disastro. Maledizione, perché doveva accadere?”

Mac mostrò tutta la sua inquietudine: “Credo che finirò per questo davanti alla corte marziale!” “No, non ci finirai, hai fatto tutto quello che potevi.” “Ma probabilmente ci finirò comunque.” Mac era un tipo testardo.
Stavamo là, sulla passerella, reggendoci alla murata. Sembrava la scena di un film. Il ponte era sdrucciolevole e si scivolava quando si tentava di attraversarlo. Nel procedere, era necessario reggersi a qualcosa ad ogni passo. Il solito rollio e beccheggio della nave, durante il cattivo tempo, bastava da solo a farti sentire male, si aggiungeva ora l’urto periodico dello scafo contro le rocce.
Al mio stomaco non piaceva. Credevo di essere sul punto di vomitare e, per una volta, non m’importava. Ero pronto e lo volevo pure. Mi piegai contro la murata, ma non successe nulla, oltre a pochi rutti profondi. Quindi scesi in plancia.
A questo punto c’è un vuoto di memoria. Non so cosa feci, non credo fosse importante e non scesi giù. Non so quanto durò, prima che si alzassero le grida : “Curry è fregato!”
A partire da quel momento arrivò la luce del giorno, così potemmo vedere la situazione in cui eravamo. Eravamo contro rocce coralline che si alzavano diritte nell’aria. Non c’era un qualcosa di simile ad una spiaggia. La poppa cozzava saldamente contro uno spuntone di roccia sporgente. L’unica parte della nave che era interamente a contatto con 1′ acqua, era la prua. Là, uno scoglio perpendicolare, alto circa quaranta piedi, riceveva i colpi di vento. Tra lo scoglio di prua e l’angolo dell’isola madre contro cui urtavamo di poppa, la nave non era in contatto con la terraferma; almeno con un qualcosa che si potesse scorgere sull’acqua. Forse la carena potrebbe aver urtato contro alcuni scogli sott’acqua.

L’isola e gli scogli tagliavano l’area a mezza nave per una lunghezza di trenta yard. Ogni cosa intorno andava su, dritto in alto: non riuscivamo a vedere nient’altro che pareti rocciose a strapiombo.
Credo che fossimo tutti fermi, là intorno, chiedendoci cosa fare in una situazione del genere. Era una curiosità. Nessuno a bordo era mai capitato in una situazione simile. Era veramente una novità.

È importante ricordare che le cose non erano ancora chiare. Per tutto il tempo del naufragio, la nave si mosse contro quelle rocce, avanti e indietro, trasportata, senza aiuto, dalla forza delle onde alte. La pioggia era cessata, ma il vento era ancora molto forte e le onde erano abbastanza alte da superare il ponte della nave.

La nave era in preda ad un movimento continuo, a volte ritmico. Era bloccata, intrappolata tra forti ondate e pareti di rocce a strapiombo. Un LST (nave da sbarco) non ha chiglia, ha così poco pescaggio da essere sempre e completamente in balia del mare e del vento. Per cui, se la nave finì con la murata contro gli scogli e l’isola che aveva davanti, accadde perché trascinata unicamente dalla forza del vento.
Ogni volta che la nave urtava contro le rocce, si fracassava e si scuoteva, tremava e sferragliava. I piroscafi da sbarco sono piccoli, come gusci di conchiglie, con una coppia di motori ficcati all’interno della poppa. Non furono costruiti per affrontare il cattivo tempo e il mare agitato. Gran parte della nave è costituita dal ponte della stiva che occupa i tre quarti della sua lunghezza , poco rinforzato e protetto.
Un salto involontario chiarì a Curry come si dovesse procedere. Egli saltò dal ponte principale che più si avvicinava alle rocce. Quando toccò terra, sugli scogli, si aggrappò con abilità e raggiunse la posizione di salvezza.

Fui sorpreso di vederlo dall’altra parte, pensando che era stato il primo uomo a saltare a proprio rischio. Il Comandante aveva rifiutato di ordinare ad alcuno di saltare fuori bordo; ma era contento che qualcuno lo avesse fatto. Curry era l’uomo che, mentre imperversava il fuoco ad Anzio, decise di andare sulla collina per cinque giorni ed influenzò un compagno più giovane ad andare con lui. Ne ricavò un processo sommario davanti alla corte marziale, ancora pendente.

Appena Curry giunse là, parecchi gridarono di lanciargli delle cime. Questa fu la prima reazione. Furono lanciati dei canapi da otto pollici che normalmente si usano per legare la poppa. Era chiaro che la via migliore per andare fuori bordo non era dal ponte principale ma dal ponte di poppa, perché era a contatto con la parte più alta della parete rocciosa, infatti l’affusto del cannoncino da 20 mm andava ad urtare contro qualcosa che, in quel punto, sporgeva dalla prominenza della parete rocciosa.
Una fune ondeggiante andò a finire su Curry, verso il quale, assieme alle cime, erano rivolte le grida di aiuto da parte di molti uomini. Poco dopo andarono fuori bordo, fra loro il timoniere Comigliano che conosceva l’italiano.
Da quel momento in poi ero nell’affusto del cannoncino da 20 mm, aiutando a lanciare fuori bordo una cima. Non so come capitai là, in quella posizione; ma mi trovavo là e, per come si svolsero i fatti, dovetti trascorrere, in quello stesso posto, circa due ore interessanti.
Il Comandante mandò ordini da riferire ad alta voce a Comigliano, di salire in paese a cercare aiuto, poiché nell’isola c’era una sorta di unità militare britannica e di raccogliere in giro la gente del paese, portandola laggiù.

Non vidi il Comandante, infatti non lo vedevo dal momento in cui mi oltrepassò nella sala nautica, brontolando: “E’ una maledetta vergogna!”, fino a quando fummo a mezza nave, appena un momento prima di saltare in una zattera di salvataggio.
Gridai forte il messaggio, ma il rumore del vento era troppo forte. Gli uomini che stavano là intorno, si trasformarono allora in un grande megafono verde. In tre mesi a bordo non vidi mai una cosa simile. Ma quand’era necessario, accadeva di nuovo. Gigi fu in grado di sentirmi, grazie a quello, con un cenno del capo si tolse le scarpe, e cominciò ad arrampicarsi sulle taglienti rocce scivolose.
Nel frattempo quattro o cinque uomini raggiunsero Curry, con lo stesso metodo con cui egli era andato via. Una cima fu lanciata, ma con grande difficoltà furono in grado di gettarla verso di loro. C’era da fare un grande allentamento in quell’operazione, per coprire la distanza della nave in fase di allontanamento. La cima fu assicurata intorno ad un enorme macigno; lo guardammo e ci domandammo se fosse adatto per quella necessità. Da qualche parte, dietro di me, giunse l’ordine di metterne un’altra. Così, dopo oltre dieci minuti una seconda cima fu assicurata sopra la prima.

Non riuscivo a comprendere l’utilità di queste cime, ma allora non mi intendevo di naufragi. L’ufficiale in seconda stava dietro di me e voleva che le cime fossero di più. Aveva trascorso 16 anni in Marina e pensai che sapesse cosa faceva.
Da come andarono le cose, quelle cime non servivano a disincagliare la nave, ma una di quelle danneggiò la manovra manuale attraverso gli scogli, una volta che fummo a terra.
A quel punto la nave si allontanava all’incirca tra i quindici e i trenta piedi, quindi sarebbe sbattuta contro le rocce. Il momento in cui molte delle nostre vite si salvarono, fu quando la poppa, a pelo d’acqua, urtò contro le rocce. Si aprì una grossa falla nella fiancata. Quando il fianco della nave urtò contro le rocce affioranti, la protezione intorno al cannoncino da 20 mm si protese maggiormente contro le rocce più alte. La torretta del cannoncino si trovava più in alto, all’incirca di venti piedi, rispetto al punto in cui la nave urtava. La stessa protezione del cannoncino, in realtà, non urtò mai contro le rocce.

Dove si avvicinò la protezione del cannoncino, fu notata come una piccola prominenza nella parete rocciosa. Fu veramente una fortunata coincidenza, o il cambiamento della sorte, o il destino, oppure il Signore era dalla nostra parte, o qualsiasi cosa che si preferisca credere che controlli tali avvenimenti.

Quando le cime furono fuori bordo, qualcuno accennava di lasciare la nave. Non sentii l’ordine di abbandonare la nave, perché allora io ero nella torretta del cannoncino e gli altri ufficiali-e il Comandante si occupavano di altre cose, nelle altre parti della nave.
Guardai in giro e vidi il Signor Burgess, gli chiesi se gli uomini dovessero cominciare a saltare fuori bordo, egli mi disse di andare avanti. Non so chi sia stato il primo a passare dal ponte della mitragliera. In realtà non ricordo molto dei nomi e dei volti di quelle persone.
Il ponte del cannoncino era ovviamente il posto migliore per andar via. Ero fermo proprio là quando qualcuno vi si arrampicò, si reggeva al cannoncino, aspettando che la nave si inclinasse abbastanza verso la parete rocciosa. Quando ciò avvenne, istintivamente lo aiutai con uno spintone nel sedere. Passò dall’altra parte, urtando con forza contro le rocce, ma vi si aggrappò e si arrampicò verso la salvezza.
Ora la procedura era chiara e fu usata per oltre 75 uomini e probabilmente per oltre cento. Due uomini stavano sul ciglio della parete ed aiutavano gli altri a sbarcare. Gli uomini si affollavano nel recinto del cannoncino e qualcuno lo facevamo indietreggiare, ma restavano assiepati là intorno. Fu necessario stabilire chi sarebbe stato il prossimo, fu fatto in base alla rapidità, sarebbe stato il più veloce a saltare prima, mostrando il modo a chi lo seguiva.

Questa era, dunque, la situazione; la maggior parte degli uomini riuscì a lasciare la nave in quel modo, l’uomo entrava nel recinto del cannoncino, metteva i piedi sul bordo della protezione intorno all’arma, si piegava all’indietro verso la cavità in cui era il pezzo di artiglieria da 20 mm che era puntato a poppa, vi si sarebbe tenuto strettamente e io avrei spinto anche lui.
Giacché ci si logorava i nervi a guardare in giù, nello spazio tra la nave e le rocce. Quando la nave oscillava in fuori, c’era uno spazio largo circa trenta piedi dall’ isola e alto circa trentacinque piedi.
Guardando giù si vedeva un’ampia gola, che si apriva e si chiudeva, con frastagliate rocce coralline dovunque, l’acqua che scorreva impetuosa su di esse e quindi la nave che si fracassava sugli scogli, chiudendo completamente lo spazio. Sbagliare quel salto significava morire, perché si finiva schiacciati tra la nave e le rocce, era impossibile arrampicarsi perché la parete era a strapiombo e non c’era nulla a cui aggrapparsi. Guardando dall’altra parte c’era la salvezza, se qualcuno fosse stato in grado di reggersi su questa sporgenza e arrampicarsi e se fosse stato veramente capace di saltarvi.

Quando l’uomo si arrampicava nella posizione del salto, gli mettevo la mano destra sul sedere e la mano sinistra sulla coscia sinistra. In questo modo avevo il controllo sia nello spingerlo fuori bordo, sia nel sostenergli il fondoschiena.
Quando gli uomini venivano lassù per spiccare il salto, il loro temperamento era assente. Imparai molto, nel corso di quelle due ore, a proposito degli uomini e delle loro reazioni di fronte al pericolo. E ci furono tutti i tipi di reazioni che riferirò in seguito. I primi salti furono i più facili, perché la nave fluttuava proprio contro le rocce. Ma appena la falla nella poppa si ampliò e la nave imbarcò più acqua, si appesantì e non potette più galleggiare così alta e così vicino alla riva come all’inizio. Questo fatto ci fece cambiare tattica verso la fine.

Non ricordo molto dei primi pochi uomini che andavano via, tranne che lo facevano bene e che era lodevole per i marinai rischiare la propria vita nel prenderli. Poiché quei due uomini che stavano sulla sporgenza rocciosa non avevano nulla a cui aggrapparsi, tranne che tenere il peso del proprio corpo all’indietro contro la roccia, cercando di non perdere l’equilibrio, riuscivano così ad evitare di scivolare nel vuoto della “voragine mortale”, tra la nave e le rocce più in basso.
Nessuno aveva ordinato a quegli uomini di stare là ad aiutare coloro che saltavano. Nessuno aveva stabilito chi lo avrebbe fatto. Qualcuno, appunto, si mise in luce nella difficile situazione. Non ricordo tutti coloro che lo fecero, ma ricordo Taylor, il farmacista secondo ufficiale, e Mikieta della “squadra nera” e Chambers, che era stato colpito alla spalla dalle schegge di una granata, nel corso iniziale dello sbarco ad Anzio ed era stato appena dimesso dall’ospedale.

All’inizio tendevano ad incoraggiare a gran voce gli uomini che saltavano, incitandoli, ma dovetti dire loro di smetterla, perché confondevano gli uomini mentre lo facevano; era necessario, invece, che solo una persona desse il segnale di “via!” Non erano ammessi sbagli in un gioco del genere. Mentre un uomo stava per saltare, un marinaio sulla nave gridò a Mikieta di afferrare la sua giacca. La giacca fu lanciata quasi nello stesso tempo in cui l’uomo saltava. La giacca andò giù a breve distanza, Mikieta si sporse ma non potette afferrarla.

“Dacci un taglio!” Gridai furioso. “Il tuo compito è quello di afferrare uomini, non indumenti. Lascia che lo faccia qualcun altro”. Mikieta mi guardò ed annuì.

Ricordo L…. mentre veniva su a saltare. Era spaventato davvero e lo era stato fin dal momento dell’invasione e quando si cominciò successivamente a correre. Diventò nervoso. E’ un ragazzone, di bello aspetto che non dice praticamente nulla. E’ noto come la migliore sentinella antiaerea della nave, perché non riesce a staccare lo sguardo dal cielo. Nel correre, ad Anzio, non cedeva mai. Dormì nel corridoio, proprio fuori la cambusa, vicino a un boccaporto che dava sul ponte principale. Vi sporgeva, per tutto il giorno, indossando l’elmetto e il giubbotto di salvataggio in capoc.

Quand’era là, guardandomi   con gli occhi spalancati e la faccia pallida, mi disse: “Lasciami andare subito dopo.”
“Sicuro”. Si mise in posizione e appena la nave andò contro le rocce, abbastanza vicino, gli diedi un grosso spintone e si trovò salvo, dall’altra parte. Non partecipò ad alcuna operazione successiva di salvataggio.
I più fifoni e quelli che non riuscivano a controllare la paura, furono i primi ad andar via. Gli stessi uomini che non servivano a nulla, a causa della paura, anche durante i raid aerei erano inutili nelle operazioni di salvataggio. Viceversa, gli uomini di valore, coloro su cui si poteva contare per compiti di responsabilità nel lavoro di routine della nave, coloro che non perdevano la testa ed agivano velocemente quando volavano le pallottole e il sangue scorreva, furono gli ultimi ad andarsene e fecero un lavoro magnifico durante le operazioni di salvataggio.
Il primo ed unico ufficiale ad andar via in questo modo fu il Guardiamarina.

Era venuto di recente dagli Stati Uniti, soffriva maledettamente per il mal di mare e quella mattina non lo reggeva proprio. Il medico gli ordinò di lasciare la nave. Indossava il cappotto di pelle di pecora, la qual cosa era stupefacente perché un soprabito così pesante impediva i movimenti di braccia e gambe, nel momento in cui doveva saltare. Credo che stesse dannatamente troppo male per preoccuparsene. Qualcuno chiese una fune robusta che gli legammo attorno alla vita e qualche altro, sulla roccia, reggeva a tal fine l’altro capo.

Il soggetto era pesante, ma saltò bene sulle rocce e rimase là intorno ad aiutare, raggruppando ed organizzando gli uomini che erano là.
Vedendo che lui si serviva di una grossa fune, diede agli altri l’idea. Un americano che indossava l’uniforme di maggiore dell’esercito inglese, venne su; mostrava di essere molto spaventato e desiderava avere una fune. Era fastidioso vedere questo ufficiale di alto rango spingersi avanti a coloro che erano soldati semplici. Più tardi seppi che egli era, in realtà, un autista di ambulanze della Croce Rossa, che era stato con gli inglesi durante la Campagna d’Africa ed era stato con loro anche in Italia. Non aveva gradi, ma indossava quell’uniforme come facevano gli altri uomini che avevano compiti analoghi al suo.
Legare una grossa fune intorno a ciascun uomo e quindi recuperare la cima, rallentò l’operazione. Il megafono era sul ponte nella postazione del cannoncino, era ammaccato ma ancora utile. Lo impugnai e gridai alla folla che se qualcuno avesse voluto saltare con una grossa fune, l’avrebbe già dovuta avere legata attorno alla vita, prima di venire su a fare il salto.
Quindi finì il problema di avere la fune, perché erano in pochi e perché significava saltare più tardi. Quelli che non l’usarono furono fuori più alla svelta. E coloro che volevano la fune, erano i più ansiosi ad andar via presto. In realtà, avere la fune era poco più di un sostegno morale; nessun altro venne su a saltare con una di quelle.

Ora gli uomini andavano via regolarmente. All’incirca, appena la nave dondolava di fianco alle rocce, un uomo era pronto a lanciarsi. I soldati passeggeri andavano via assieme ai marinai.

Il Signor Dyer disse al personale militare di andar via per primi (sebbene questa parola non mi arrivò mai) ma il Capitano Hicks della terza divisione di fanteria, disse loro di andare appena si sentivano pronti ad essere in riga.
Venne in mente a qualcuno l’idea di usare reti da carico sulle rocce e la prima fu portata nella postazione del cannoncino, per cui l’attività di saltare cessò per alcuni minuti. La rete da carico fu fissata da una parte all’altra per mezzo di piccole corde e quindi appariva come un drappo sulla sporgenza rocciosa, dove era sostenuta da cime che correvano sulla falesia e assicurate a macigni. Questo fu un importante miglioramento perché c’era qualcosa di definito a cui aggrapparsi appena si toccava la roccia; ci si poteva avvinghiare alla rete con le mani e forse avere un sostegno sotto i piedi che avrebbe evitato di scivolare.

Più o meno in quel momento, venne su il piccolo W … per saltare; il suo volto era completamente in preda al terrore. Era un piccolo ragazzo, giovane e biondo, il terrore delle barche e dell’acqua non l’abbandonava mai; non sapeva nuotare ed era quella la causa maggiore della sua paura. Era un piccolo barcaiolo, ma ogni volta che andava in barca, si fissava sul paiolo e non faceva nulla. L’ultima volta che fummo nella Base di Biserta, cercai di farlo trasferire, ma gli ufficiali del personale che seguivano la pratica, mi dissero che erano contrari ai cambiamenti; secondo la loro opinione, i marinai che si trasferivano, non lo avrebbero desiderato in seguito. Così ci tenemmo quest’uomo nel corso dell’intera operazione di Anzio e per tutto il tempo che qualcun altro doveva fare il suo lavoro. W… non voleva sporgersi per saltare. Con gli occhi spalancati e rosso in volto, fissò me e quindi le rocce. Bene, andò via eccome . I ragazzi, in seguito, ne parlarono. Fu gettato così violentemente che urtò le rocce con un tonfo sonoro, sebbene col corpo ammaccato, i ragazzi lo afferrarono e così fu salvo.
Altri saltarono, molti di loro con calma e facilmente. Alcuni non erano affatto eccitati; come se stessero passando su un solco in mezzo alla strada. Come per Howe, un marinaio alto, magro, proveniva dalle parti della Carolina, praticamente vi fece un passo attraverso. Mise un piede in avanti, afferrò la rete e portò l’altra gamba al di là, tutto nell’istante in cui la nave si inclinava contro la roccia.
Alcuni cominciarono a mostrare la loro ansia di passare al di là. La nave non galleggiava più tanto alta come avrebbe dovuto. Fu messa fuori un’altra rete da carico, accanto a quella che già era là.

Alcuni cercarono di saltare dal ponte principale su quest’ultima rete. Pochi lo fecero e andò tutto bene, ma appariva lontana e il sistema più rischioso rispetto all’ altro. Io mi trovavo di fronte ed urlai al Guardiamarina Joe Lotzer di impedire loro di farlo, perché saremmo tutti andati via in questo modo.

Il Nostromo Capo Di Santi, che si trovava vicino alla postazione del cannoncino, urlò: “Dovete correre qualche rischio”. Questa fu la prima volta che il Capo mi parlava da quando gli feci rapporto, molte settimane addietro, per aver colpito violentemente Curry alla bocca.
Quindi Joe disse di averli avvisati a non saltare, ma essi non volevano desistere. Questa non fu una risposta soddisfacente, perché se avesse voluto, avrebbe potuto fermarli. Ma era troppo indaffarato per fare qualcosa in merito.
Se qualcuno fosse caduto e si fosse sfracellato, sarebbe stato più difficile saltare per qualsiasi altro. L’operazione sarebbe stata definitivamente rallentata e sarebbero sorti problemi di terrore incontrollabile.
La piccola scialuppa nella gru numero 5 (l’ultima gru sulla fiancata di tribordo) fu perduta a causa degli scuotimenti. Era l’unica scialuppa su quel lato; a babordo due barche rimbalzavano alquanto nelle gru 3 e 5, ma sembravano reggere. La forza d’impatto della nave contro le rocce era più forte a babordo.

Appena le rizze della scialuppa numero cinque si slegarono, la barca dondolò dentro e fuori bordo, con un arco di dieci o quindici gradi che aumentava costantemente. Fu deciso di abbassarla, in modo che non avrebbe più oscillato così fortemente, col rischio di rompere le corde e far male a qualcuno. I tiranti, sistemati attraverso i bracci scorrevoli della gru, furono rimossi e la barca scivolò giù.
Quando fu allo stesso livello del ponte principale, la scialuppa rotolò tra gli scogli e si sfasciò rapidamente e completamente. La poppa della barca si ripiegò come un foglio di carta, il legname si ruppe frantumandosi in mille pezzi. Con l’oscillazione successiva del piroscafo, un’altra barca fu completamente demolita, cadde in acqua e diventò legname alla deriva.
Questo era un momento felice per il piccolo barcaiolo. Perché nell’anno precedente, lavorando con la compagnia dei mezzi da sbarco che operavano lontano dal piroscafo, negli uomini crebbe l’odio e la repulsione nei confronti delle barche. Non significavano altro che umidità, ruvidezza, pericolosità e, talvolta, sangue versato; l’essere un piccolo barcaiolo significava essere preso a calci dal destino, senza che qualcuno ti prestasse attenzione, salvo che non ci fosse un’operazione da compiere… e allora significava andare alle manovre ogni notte, trascorrendo ore assolutamente spiacevoli e quindi prendere uno spavento ogni volta che una barca veniva presa dalle gru, perché sapevano bene che le scialuppe erano troppo pesanti per le gru del piroscafo. Le gru erano fatte per sostenere barche più leggere e molte di loro si ruppero per il peso eccessivo. Quando la nave rollava, davvero c’era da prendere il peggior spavento nel salirvi, rimanendo nella scialuppa assicurata alla gru, nel buio più totale.
In una situazione del genere, le barche si rivelarono vecchie e logore, come automobili di terza mano che non erano buone nemmeno quando erano nuove. Non ci fu nessun dispiacere quando i mezzi da sbarco furono perduti.
Un soldato salì con un po’ di difficoltà, io mi rivolsi a quello che veniva subito dopo e mi trovai faccia a faccia con uno dei prigionieri civili italiani. Era un uomo di mezza età, indossava un abito marrone e stivaloni neri. Si era introdotto a forza in testa alla fila ed era il prossimo ad andar via.

Mi guardò e quindi salì sulla protezione del cannoncino. Maledii veramente quel tipo. Per quale motivo aveva il diritto di farsi largo e precedere i nostri ragazzi? Era prigioniero perché era stato catturato mentre sparava assieme ai tedeschi. Aveva lavorato per ammazzare la nostra gente ed ora stava mostrando il codardo che era e su di lui fu scritto di tutto. Allora non volevo farlo andar via, purtroppo era l’unica cosa da fare. La protezione del cannoncino dovette essere tenuta sgombra per consentirgli di saltare nel modo più veloce possibile. Diedi una spinta al bastardo che andò dall’altra parte.

Mentre avvenivano tutti questi salti, altri avvenimenti, di cui non ero a conoscenza, accadevano in altre parti della nave. Ci si dovette prendere cura dei prigionieri. Qualcuno parlò con uno di loro che capiva l’inglese. Si dice che avesse parlato con quello per 15 minuti e che lo avesse appunto aggiornato in merito alla situazione, quindi spedì dentro il soldato tedesco a spiegare la cosa ai suoi camerati. Dopo di ciò furono portati in coperta e fu detto loro di aspettare il loro turno per saltare. Furono tenuti sotto sorveglianza per tutto il tempo.
I prigionieri ruppero le righe, avevano voglia di creare fastidi provocando disordine. Un soldato tedesco si era impadronito di un’arma, avrebbe potuto avere sicuramente il controllo della nave. Per quel fanatismo nazista, di cui a volte si legge (più comune nei primi giorni di guerra), uno di quei prigionieri avrebbe potuto causarci la perdita di molte vite.
Ma il Guardiamarina John Enzman ed altri che li sorvegliavano dissero che erano interessati solo a salvare la pelle. Perciò non ci fu il minimo segnale di rottura o di venire alle mani. Stavano rischiando per avere un po’ di riposo. Desideravano tirarsi fuori da quegli scogli e mettersi in salvo lassù. Tutti pensavano a questo.

Inoltre, stando semplicemente in cima al ponte principale era abbastanza problematico occuparsi di loro. Molti di loro indossavano delle soprascarpe, il che significava di non poter camminare sul ponte d’acciaio bagnato. E il modo in cui il vento soffiava, il mare lavava la coperta e la nave che si inclinava i preda ad un violento rollio, richiedeva tutti i loro sforzi nel reggersi ad un parapetto o ad una manica a vento, evitando di essere scaraventati in mare.
Monte Harkins raccoglieva i comunicati, i codici cifrati e tutte le altre cose segrete; Yeats, l’agricoltore, era giù a prendere i documenti degli uomini – prendendo le loro giacche. Alcuni uomini erano giù a chiudere i boccaporti; Hank Powers, il primo luogotenente, faceva il suo lavoro nel controllare qualche piccola avaria, provvedendo alla sua riparazione, in modo da facilitare alla nave di reggersi a galla il più a lungo possibile. Roeger, il secondo capo timoniere, era dietro al cronometro. Non so cosa stessero facendo tutti gli altri, ma questi sono solo alcuni esempi.

Dev’essere stata molto più dura per coloro che non avevano nulla da fare, tranne che aspettare il proprio turno per andar via. Per loro, il tempo dev’essere trascorso molto lentamente. Avevano tutto il tempo per accorgersi quanto fosse pericolosa la situazione, ciò che sarebbe potuto accadere loro e se sarebbero stati in vita oltre la mattinata. A quelli come noi, abbastanza fortunati ad essere occupati, tali pensieri non venivano in mente. Era importante prestare tutta la nostra attenzione ai compiti che dovevamo svolgere. In quanto a me, non mi importavano la morte, i corpi straziati e gli annegati, ma il mio interesse era tutto rivolto a dare al prossimo individuo uno spintone, il più forte possibile.
Bouie, il negro, cameriere di bordo degli ufficiali, venne su a saltare a piedi nudi. La sua pelle rossiccia era più rossa che mai, ostentava un sorriso quando qualcuno gli chiedeva dove avesse le scarpe. Rispondeva. “Le mie scarpe possono dormire, perché i miei piedi bastano e vogliono fare a meno di loro.” Quindi saltò facilmente e con calma. Si arrampicò sulle rocce e si avviò verso il paese, suppongo coi piedi intatti, che rendevano noti i vantaggi di una “fanciullezza a piedi nudi”.
Un soldato venne su a saltare portando con sé una macchina fotografica. Saltò e cominciò subito a scattare fotografie. Andato via, c’erano altri tre uomini a bordo con macchine fotografiche e tutti scattavano le foto del naufragio. Un soldato britannico aveva una cinepresa e qualche pellicola. Scattarono fotografie da tutti gli angoli, molte foto furono scattate perfino ai ragazzi mentre saltavano dalla postazione del cannoncino; avevo una strana sensazione, come se ciascuno recitasse una parte di uno spettacolo. Tuttora non sappiamo quante foto siano state scattate o se saranno autorizzate dalla censura.

Speriamo che abbiano fatto una bella inquadratura a Suzy mentre se ne andava. Suzy è il cane della nave, piccolo, dal pelo bianco. I ragazzi presero una grossa fune che, da una parte, era tenuta da un uomo sulle rocce e, dall’altra, da un uomo sulla nave. Suzy fu legata a quella cima e quindi fu spinta al di là.
Non sapevo nulla di questo, finché per caso guardai indietro, alla mia sinistra e la vidi a mezz’aria e a metà percorso. Sembrava che nulla la reggesse.

Era calma e tranquilla, muovendosi a fatica. Ella riuscì nell’impresa senza alcun danno.
Con tali mezzi, si documentò la via verso la salvezza.

All’incirca in quel momento, accadde la nostra “prima perdita”, la chiamata successiva la facemmo ad un uomo che avrebbe fallito il salto. R un marconista, era pronto ad andarsene. Una grossa cima stava vicino al punto in cui doveva avvenire il salto. Appena spiccò il balzo, qualcosa andò storto. Forse ebbe una crisi di nervi, perché si protese oltre quella corda, senza saltare. Andò giù, al di sotto della postazione del cannoncino. Non fece alcun rumore, accadde tutto troppo in fretta. 

Due di noi lo afferrarono; con la mano destra lo agguantai per il fondo dei pantaloni e lo sostenni abbastanza a lungo, in modo da permettere la presa all’uomo che doveva saltare subito dopo, così lo issammo insieme nella postazione. Il volto era pallido; non riusciva a parlare. Alcuni giorni dopo uno degli uomini mi disse che era strano e alquanto comico vedere quest’uomo sparire e poi venir su col fondo dei pantaloni, con le braccia che si agitavano vistosamente e le gambe che scalciavano in tutte le direzioni.

R si tenne pronto, mentre il prossimo uomo saltava e quindi toccò a lui. La nave fluttuava abbastanza vicino alla roccia per le sue capacità, così lo spinsi con tutte le once delle mie 205 libbre, mentre l’uomo, sul lato opposto, lo afferrava. Così se la cavò. Quella fu per lui un’esperienza traumatica ed oserei dire che ci vollero molti mesi, prima che il suo sistema nervoso superasse lo shock. Gli si deve molto credito perché, grazie alla sua abilità, evitò di andare a pezzi dopo che fu ripescato e inoltre rimontò là in cima, saltando per la seconda volta.
Il Capitano dell’Esercito che viaggiava con noi (Capitano Hicks) urlò dalla scogliera verso la nave qualcosa in merito ai 2.600 dollari che aveva in una piccola borsa. Un soldato andò nella cabina dove il Capitano teneva le sue cose, ricuperò la borsa coi i soldi e gliela mandò per mezzo di una fune.

Il primo tedesco a raggiungere la posizione del salto, fu uno che cominciò ad arrampicarsi, mormorando qualcosa di simile a “officiale”. Apparentemente era un ufficiale e s’immaginava che sarebbe andato via prima degli uomini in lista di attesa.  Era già lassù, così andò via.
Un maggior numero di uomini andò via, ma il procedimento diventava più lento. La nave imbarcava tanta acqua che non sarebbe rimasta a galla abbastanza a lungo vicino alla riva. Per saltare era necessario tenersi pronti mentre la nave oscillava avanti e indietro due, tre e talora quattro volte. Era difficile tenere i nervi saldi per l’attesa, osservando il tempo che passava, e per quel che ci si doveva aspettare qualora si fosse sbagliato il salto. E perché la nave non si avvicinava più di tanto, rendendo sempre più ampio lo spazio da coprire nel “salto a spinta.”
Un sottotenente, magro, che era totalmente atterrito, dovette attendere più a lungo di qualsiasi altro. Riuscivo a sentire il suo corpo che rimaneva teso e rigido. Ogni volta che la nave oscillava verso terra, speravo che andasse abbastanza vicino in modo che potesse andar via. Ogni volta non accadeva ( circa sei o sette volte in tutto) sentivo che sarebbe stato molto più difficile spingerlo fuori la volta successiva.
La parte più difficile per me, in questa situazione, fu di giudicare se dovesse tentare il salto, oppure no, appena la nave si sarebbe inclinata verso terra. C’era un attimo soltanto, in cui la decisione doveva essere presa, bisognava “captare” il momento buono durante il movimento della nave verso la scogliera, solo in quell’ istante dovevo decidere se gridare il “via” e spingerlo.
Nei vari casi dei ragazzi che erano disinvolti e riuscivano a mantenere bene il controllo, la responsabilità era solo in parte da attribuirsi a me. Essi avvertivano il movimento della nave e insieme avremmo agito per spingerli fuori. Essi avrebbero saltato appena avrei dato la spinta, era una silenziosa combinazione di reazioni a spedirli fuori bordo.

Ma i casi in cui c’era tensione, dipendevano completamente e per la maggior parte, da “chi spingeva”. La quarta volta che la nave andava verso la riva con questo Sottotenente in posizione, iniziai a spingerlo, ma mi fermai appena in tempo, trattenendo il suo movimento con una forte pressione sulla sua coscia. Ciò che mi fece innervosire un poco, furono i commenti di coloro che aspettavano, la cui ansia ad andarsene aumentava, a mano a mano che la nave imbarcava acqua. Finalmente il Sottotenente andò via per bene.
Quando la nave galleggiava bene, faceva molte volte di seguito quel movimento “avanti e indietro”. Allora avremmo dovuto affrettare i tempi cercando di spingere velocemente, sulla sporgenza rocciosa, chi doveva saltare e mettere in posizione per il salto successivo il prossimo, nel tempo in cui la nave, staccatasi dalla costa, iniziava il riavvicinamento.

Chi saltava, doveva necessariamente tenere i piedi ben saldi sulla sporgenza rocciosa. Un soldato britannico fu alquanto frastornato, quando coi tacchi delle scarpe scivolò sulla sporgenza. Sebbene la nave si fosse avvicinata abbastanza, non provò ad andar via nel momento più opportuno.

Guardando dietro di me, vidi che c’era ancora una gran quantità di persone a dover andar via. E quella dannata nave non galleggiava abbastanza, così chiesi di parlare al Comandante.

 Il Signor Dyer disse che non era nei paraggi e che gli avrebbe portato il messaggio. Gli dissi: “Avverti il Comandante che bisogna trovare un altro sistema per mandar via questi uomini, la nave non si regge a galla abbastanza sufficientemente a lungo”. Il Signor Dyer rispose: “Va bene” e corse via veloce e nervoso, come era sua abitudine.
Il Capo Macchinista urlò di abbassare la rete da carico Quella fu una buona idea. Smisero di saltare mentre la rete fu sistemata sugli scogli più in basso, circa 20 piedi sotto. Il punto era che il livello della postazione del cannoncino si trovava ora al di sotto della sporgenza rocciosa.
La nave di rado fluttuava abbastanza vicino, da schiacciare gli uomini tra sé e gli scogli. Gli uomini avevano ora la possibilità di saltare in cima agli scogli, aggrapparsi alla rete e salire. Il pericolo maggiore consisteva nell’essere trascinati via dall’acqua che balzava violenta dal fondo della rete e talvolta bagnava fino a metà. 

“Non era umano sbarcare in quel modo” ora, per sopravvivere, occorreva tenere una buona presa sulla rete e arrampicarsi al!a svelta.
L’estremità inferiore della rete non era assicurata bene, era impigliata sotto la parte centrale .
Il Comandante urlò che qualcuno saltasse fuori bordo e la liberasse. Un giovane marinaio
sorridendo, disse che sarebbe saltato lui e si accinse a farlo Lo fermai e dissi a qualcuno che si trova
sulla costa di scendere giù, aggrappato alla rete e liberarla, poiché nessuno poteva rischiare di
rimanere sulle rocce senza la rete a cui aggrapparsi. Il Comandante fu d’accordo. Una valigetta con delle etichette da viaggio appiccicate, mi fu ficcata in mano per mandarla dall’altra parte.

“Che diavolo è questo?”
“I documenti degli uomini stanno là dentro; – rispose il marinaio – in quella valigetta Yeats teneva i suoi pattini a rotelle”. Ecco chiarito il mistero, Yeats (l’agricoltore) aveva ai piedi dei pattini rotelle e li usava occasionalmente sul ponte della stiva. Quella valigetta ora acquistava un valore che n aveva avuto prima.
Gli uomini andavano via bene con la nuova messa a punto della rete. Il salto era un po’ più lungo, ma avveniva da un’angolazione più in basso. Il fatto era che non avveniva la discesa qualora fosse venuta meno la “confidenza” nel fare il salto. Era una prospettiva meno terrificante per gli uomini rispetto quando si trovavano sulla torretta del cannoncino.
Un soldato aveva appena finito di saltare, quando si verificò un’esplosione. Mi girai verso sinistra vidi il boccaporto di coperta volare in aria. Era saltato tutto a proravia, così non mi preoccupai molto;  un’esplosione era veramente una sorpresa e, per un momento, mi domandai cosa l’avesse provocata.

Una piccola quantità di fumo bianco uscì da una delle maniche a vento sul ponte delle scialuppe. Guardai ansiosamente se ne venisse fuori ancora dell’ altro, ma non accadde. Nessun incendio.
Dietro, deve mi trovavo, non si notò alcuno scuotimento in più, dovuto alla forte dell’esplosione Né si poteva dire che il rumore fosse stato assordante. L’effetto dell’esplosione si aggiunse al fragore del vento e della pioggia, sempre presenti, e al rumore sordo delle lamiere d’acciaio che urtava gli scogli. La nave vibrava, costantemente dappertutto. Se la nave fosse stata immobile, con calma di vento senza pioggia, probabilmente il rumore e la forza di quella esplosione avrebbero atterrito tutti noi.
Come fu, dietro dove eravamo, noi immaginavamo semplicemente che avremmo fatto meglio mandar via il resto degli uomini in tutta fretta. Il processo metodico del salto, che era andato avanti  bene per oltre un’ora e quasi due, con il presupposto che sarebbero andati via tutti in quel modo e che nave non sarebbe affondata, veniva ora modificato per la seconda volta.
In primo luogo, fu detto al Comandante che la nave non avrebbe più fluttuato abbastanza vicino alla costa e abbastanza a lungo: ora c’era il fattore degli eventi inattesi che riguardava l’operazione salvataggio.

Forse ci sarebbe stata un’altra esplosione. Può darsi che la nave si fosse spezzata in due. Poi s’era sviluppato un incendio. Nella situazione sopraggiunsero gli imprevisti.
Gli uomini che erano su a proravia sentirono la forza e gli effetti della esplosione molto più di noi. Monte Harkins fu colpito nel didietro da un boccaporto della coperta che volava. Fortunatamente spazzato sulle rocce dell’isola, in un posto dove fu in grado di arrampicarsi II suo sedere rimase contuso ma non seriamente.

Un soldato tedesco aveva il braccio ferito e un po’ sanguinante. Uno dei boccaporti di coperta per poco mancò un marinaio, che si trovava sugli scogli Hank Powers vide il montacarichi svanire oltre la fiancata di tribordo; il montacarichi era abbastanza grande da pesare 21 tonnellate e mezza più le dieci ruote del carrello e mezza dozzina motocicli.

Quali danni fossero avvenuti sottocoperta, non potemmo accertarcene, ma era ovvio che s’erano aperte alcune falle nelle fiancate. Nel mezzo della nave, sul ponte principale, le lamiere d’acciaio erano incrinate e incurvate.
Il Dottor Wolfs girava per tutta la nave chiedendo se ci fosse qualche ferito e se qualcuno avesse bisogno dei suoi servigi.
Nella postazione del cannoncino, l’ultimo marinaio stava andando via. Tutto il personale dell’esercito se n’era già andato.
Pederson, il grosso secondo aiutante cannoniere, si teneva pronto ad assistere i soldati tedeschi. I prigionieri, in divisa verde pisello, vennero su per saltare. Sembravano spaventati, ma lo erano anche i nostri uomini.

I primi (pochi) andarono via senza infortuni – ma coi tempi loro. Non potevo controllare questi uomini o dirigerli nel salto. Tentai di farli salire uno alla volta, ma non davano importanza al mio suggerimento. Dissi in inglese quel che volevo che loro facessero, sperando che qualcuno di loro capisse e passasse la parola agli altri.
Non ebbi più il controllo. Si misero a saltare comunque. In quindici o venti circa devono essere andati via in questo modo. Alcuni salivano e andavano via velocemente, aggrappandosi alle reti.

Non andarono via uno alla volta; due e a volte tre insieme, salivano sulla torretta del cannoncino. In un’ occasione tre di loro saltarono nel medesimo istante; tutti afferravano la rete nel momento in cui un’onda alta e grossa lavava loro la schiena. I loro corpi scivolavano nel senso dell’onda, ma la loro presa sulla rete reggeva. Infine, velocemente si arrampicavano verso la salvezza.
Poco si poteva fare per gli uomini che erano in preda al terrore, quando si trovavano in procinto di saltare. Cercai di dar loro la medesima spinta ricevuta dagli Americani, ma erano irremovibili. Si comportavano come se li stessi spingendo verso la loro morte.
Anche i loro camerati gridavano a quelli di andare. Chiamai su Pederson per aiutarmi a spingerli, ma fu del tutto inutile. Ormai era troppo fuori dalla portata lanciare un uomo – doveva avvenire con la forza del suo salto, combinata con la spinta di qualcuno che gli fosse dietro.
II blocco finale avvenne da parte di un soldato tedesco, grosso e massiccio, che indossava un pesante soprabito. Afferrò con la mano sinistra il parapetto della torretta e il cannoncino con la destra e là rimase ancorato. Aveva il corpo rigido e teso. La gente lo incitava gridando in inglese e tedesco. La paura fu la causa del suo irrigidimento, sebbene fosse stato già colto da elementi di panico ostinato.

Come ultima risorsa, strappai il corto chiodo merlino che venne via col coltello che avevo portato con me. Quando la gente mi chiese a cosa servisse, la risposta fissa era: “Pungolare i miei uomini quando fanno i lavativi sul lavoro.”
Hank Martin che stava sugli scogli lungo la via di fuga, rise a quella vista e urlò qualcosa a proposito. Era piuttosto divertente e ridemmo per un po’. Ma fu inutile: non penetrò nel suo soprabito.
Da allora fummo piuttosto in preda di questi soldati tedeschi che non saltavano. Se quello era ciò che volevano, che andassero pure all’inferno. Essi erano i responsabili. Il nostro compito era terminato, perché avevamo fatto tutto quel che era nelle nostre possibilità.
Decisi che era il momento di lasciare la nave. Non vedevo cos’altro avrei potuto fare e quell’idea di “affondare con la propria nave” non mi affascinava affatto. Era proprio un salto e restavo là a riflettere, quando qualcuno urlò di andar via dalla parte centrale della nave con le zattere di salvataggio. Guardai in basso, in quella direzione e per la prima volta vidi che gli uomini venivano mandati via con quelle zattere. La cosa doveva andare avanti dal momento dell’esplosione.

Bene, con i soldati tedeschi che si comportavano stupidamente, ingombrando la torretta del cannoncino e con la poppa della nave che affondava con rapidità, ampliando la distanza dalla scogliera, appena il suo dondolio si trasformò in un movimento permanente verso il basso, mentre gli uomini, a mezza nave, andavano via apparentemente bene, la migliore scommessa sembrò di salire a proravia.
Era ciò a cui pensavo e lo dissi al D.r Wolfs quando venne in cima al precipizio.
Disse: “Andiamo via di qua”.

“Da quassù si finisce male, Dottore, – dissi – sembra che si possa scommettere meglio su quella zattera di salvataggio”
Guardò giù e disse con calma: ” Bene, non lo so-   si, suppongo che sia la cosa migliore. Andiamo!”

Era come se stessimo parlando di una delle mani di bridge, che avevamo giocato come compagni negli ultimi mesi. Diventammo famosi per quello e in genere eravamo d’accordo sul modo migliore di comandare o giocare le varie mani. Era tragico che ci fosse un ritorno di fiamma dei nostri ottimi rapporti, proprio in un caso del genere; mi opprime credere che se non mi avesse incontrato, probabilmente sarebbe andato via sano e salvo dalla torretta del cannoncino. Quindi ci avviammo verso il ponte principale. I soldati tedeschi capirono la situazione e vennero assieme a noi. Uno era davanti a me ed io lo maledii perché non doveva camminare velocemente. Il Dottore era dietro di me.
Uno dei soldati tedeschi, rimasti sulla torretta del cannoncino, perse la testa: si tuffò di corsa sulla poppa e fu la sua fine.
Quando giungemmo sul ponte principale, vedemmo la frattura a mezza nave. Era larga un paio di piedi, ma abbastanza piccola da poterla attraversare. Noi l’attraversammo, Dave Dyer venne di corsa a chiedere se qualcuno avesse un coltello. Gli diedi il mio, si precipitò a babordo a tagliare il legame di una zattera di salvataggio.

C’era una quantità di gente là intorno, c’era il Comandante e c’era pure il Nostromo Capo.
La mia zattera di salvataggio era del tipo C02, consisteva in camere d’aria da indossare attorno alla vita. Andando in acqua, le camere d’aria si comprimevano assieme, provocando la fuoriuscita di biossido di carbonio che le gonfiava. Spesso mi stupivo nel vederle all’opera, quando era necessario. Era piacevole sentire le camere d’aria gonfiarsi quando le premevo, anche se una zattera di salvataggio servisse a poco in mezzo a forti ondate.
Una di quelle zattere era tenuta da corde, tra la nave e gli scogli più vicini. Serviva da traghetto. Gli uomini sulla scogliera reggevano una cima, tirando la chiatta verso di loro, dopo aver scaricato, gli uomini sulla nave tiravano indietro la chiatta per un altro carico.
Un carico stava andando via proprio quando arrivammo là. La fessura nella nave si allargava, il ponte era appena cinque o sei piedi fuori dall’acqua. La cosa da fare era di andar via di là in tutta fretta.

Essendo vicino a Di Santi, gridai che dovevamo mandar via il Comandante. Non era forse l’uomo più prezioso della nave? Il Nostromo Capo urlò con tutta la sua energia, quale depositario dei suoi sedici anni in marina, che “il comandante non sarebbe andato via, fin quando tutti gli uomini non avessero lasciato la nave”.
La zattera di salvataggio tornò indietro. Quando la vidi, un soldato tedesco vi era già dentro. Sembrava che nessun altro ci andasse. Esitai un momento, quindi vi saltai dentro, atterrando nella parte centrale; il fondo andò giù per un piede o due, ma il bordo era al di sopra dell’acqua.
Qualcuno saltò dentro, finendo sul mio piede. Imprecai urlando. La zattera si inclinò pericolosamente. “Bilanciamo!” gridai. Lo facemmo e quindi fummo sospinti per dieci yard verso gli scogli, bagnati fradici ma rinfrancati. Qualcuno mi aiutò a salire sullo scoglio.
Guardando intorno, mi accorsi, per la prima volta, che non eravamo sulla terra ferma. Eravamo al centro dei tre scogli che si incurvavano dal castello di prua verso la parte centrale della nave e quindi in direzione della terra ferma.
Lo scoglio esterno era di gran lunga il più alto e il più grosso. Era tanto alto da raggiungere il parapetto del castello di prua e la cima, sebbene non piatta, non era così frastagliata e potevano trovarvi posto un buon numero di uomini.
Il Dottor Wolfs e il Signor Dyer stavano passando su questo scoglio. Il passo era facile; la coperta della nave era alla stessa altezza dello scoglio e la nave si muoveva proprio verso di lui. Questo metodo di lasciare la nave era più allettante rispetto all’affare delle zattere di salvataggio; io ed altri lo avevamo notato, anche noi avremmo potuto seguire il Dottore e l’ufficiale esecutivo sullo scoglio più alto. Oltre dieci soldati tedeschi lo fecero.

C’erano oltre 50 yard da questo scoglio alla terraferma, 50 yard di grosse ondate e di scogli corallini frastagliati. Da questo scoglio a quello centrale c’era una distanza di circa 30 yard.
Lo scoglio centrale, verso il quale la chiatta trasportava gli uomini e su cui mi trovavo, era alto circa sei piedi e poteva accogliere non più di sette oppure otto uomini. Lo scoglio centrale era distante non più di un lungo passo da quello vicino, oltre ad un piccolo scoglio più basso. Da quest’ultimo scoglio si poteva saltare sulla terraferma. Mi arrampicai con mani e piedi sullo scoglio più interno e vi salii sopra.
Gli uomini gridavano verso Dick Infantino, che era in acqua, lontano circa venti piedi. Aveva le braccia avvolte intorno ad un piccolo scoglio, mentre il corpo, dalla vita in giù era nell’acqua. Lo scoglio era scoperto ai marosi, così quando arrivavano le onde, vi si infrangevano contro, investendo anche Infantino, col rischio di fargli perdere la presa.

Era rivolto verso di me e sgranava gli occhi senza espressione, quando gli gridai di salire sullo scoglio. Era pallido e, naturalmente, molto impaurito. “Alza la gamba sullo scoglio!”

Non si muoveva. Mi misi a sedere sullo scoglio cercando di dimostrare cosa fare. Se
rimaneva sullo scoglio, dal lato in cui batteva la risacca, sarebbe stato in grado di restarvi attaccato più facilmente, perché la risacca lo avrebbe spinto contro lo scoglio, invece di allontanarlo.
Non lo fece. Non fece nulla tranne che perseverare ad agire in quel modo. Gli arrivò una piccola cima dallo scoglio centrale, qualcuno gliela aveva lanciata dalla nave. Era stato Costello che l’aveva gettata per Infantino. Afferrò la cima, vi si attaccò e fu tirato verso lo scoglio centrale.
L’incidente più singolare e sensazionale riguardò Di Santi. Quando lo vidi, era in acqua, col braccio destro avvolto sul fianco della zattera di salvataggio. La zattera era sciolta e fluttuava tra la nave e gli scogli.
Di Santi era veramente bravo a tenere la testa sott’acqua; quando arrivava l’onda, lo copriva completamente. Scompariva per un istante; si reggeva ancora a galla? Quando fu spinto verso la nave, si avvicinò pericolosamente alla falla che segnalava il punto in cui la nave si stava rompendo a metà.

Nel percorso verso la costa, veniva schiaffeggiato dagli scogli. Nell’andare avanti e indietro, ogni volta correva un brutto rischio.
Pappy Donaldson , Nostromo di 1/c , stava sugli scogli, pronto a lanciare una grossa cima. Tutti gridavano per attirare l’attenzione di Di Santi, ma non riusciva a sentire. Pappy, era noto come l’uomo che riusciva a sistemare qualsiasi cosa, che riusciva ad eseguire qualsiasi lavoro. Lo sforzo che fece con quella fune era perfetto, avrebbe inorgoglito qualsiasi capo nostromo.
Di Santi era rivolto con la schiena verso la scogliera, così non riusciva a vedere che arrivava la cima. Gli passò così veloce davanti al viso che non poteva mancarla. Non doveva fare altro che tendere una mano e l’avrebbe afferrata. Velocemente l’attorcigliò intorno alle mani e ai polsi, così Donaldson e gli altri lo tirarono sulla terraferma.
Lo scoglio centrale e quello più interno si stavano affollando. Vi giungevano ufficiali e truppa e si fermavano sull’uno o sull’altro. Non so perché alcuni di loro si fermassero là, forse per riaversi un po’, dopo le 21 ore e mezza di rollio della nave.
L’acqua non aveva ancora coperto gli scogli.
Hank Powers stava ancora sulla nave. Aveva legato una cima alla murata e l’aveva lanciata sullo scoglio centrale. Si tolse la giacca di montone, la mise sulla cima e, appendendosi a quel piccolo indumento anche coi denti, si avviò lungo la fune, fino allo scoglio centrale dove perse la giubba. Quindi procedette verso la terraferma.
Il Comandante finalmente abbandonò la nave, per ultimo. Venne via con lo stesso sistema di Hank . A metà percorso il cappello gli volò via. Istintivamente lo afferrò con la mano destra. Tutti gli uomini sull’isola lo osservavano.
Da ciò che appresi dopo, molti veramente pregavano affinché lo skipper lo facesse. Si sentirono molto meglio quando lui, costretto ad afferrare il cappello, riuscì ad avere di nuovo la presa sulla fune.

C’era un continuo traffico dietro al nostro gruppo che era rimasto sullo scoglio centrale e su quello più interno.
Ora l’acqua, di tanto in tanto, ci bagnava. La nave offriva meno protezione, poiché la poppa era piuttosto giù e, a mezza nave, il ponte centrale era spaccato in due, con la poppa semiaffondata, tale da permettere alle onde di coprirla.
Ci giunse voce che Mac fosse caduto in acqua dallo scoglio più alto. Guardai intorno e osservai le facce degli uomini che stavano sullo scoglio esterno. Essi lo stavano fissando. La vista della terraferma dove Mac era stato spinto, ci era impedita da una sporgenza della costa.
Immaginai cosa fosse successo a Mac. Ne fui certo quando il Dr Wolfs girò la testa nella direzione opposta in cui Mac fu gettato. Sembrò che la faccia del Dr Wolfs raccontasse la storia. Dev’essere stato terribile, pensai, se nemmeno il Dr Wolfs avesse la forza di osservarlo.
Anderson, un marinaio, fu trascinato via dalla stessa onda, assieme a Mac. Anche lui fu scagliato tra gli scogli; dopo non fu più visto e lo si diede per disperso.

Una forte ondata s’infranse sullo scoglio dove eravamo. Ebbi la sensazione che mi sollevasse in alto e  immediatamente dopo mi calasse giù. Ero ancora sullo scoglio e mi ci aggrappai. Ognuno sullo scoglio si accalcava più vicino all’altro. Ci stendemmo come tappeti l’uno sull’altro, compresi i due soldati tedeschi che erano con noi e che aiutavano ad ancorare il gruppo allo scoglio. La nostra situazione peggiorava.
Cosa aspettavamo? Pensavamo al soccorso degli uomini che stavano sullo scoglio più lontano. Se ci fosse arrivata una cima abbastanza lunga, l’avremmo tenuta mentre essi vi si aggrappavano passando dall’altra parte. Ma la fune non arrivò.

L’acqua diventò così alta che gli uomini dovettero necessariamente usare una corda, per mezzo della quale passare dallo scoglio centrale a quello più interno.
Lo stesso pezzo che fu usato per salvare Infantino, fu legato da una parte all’altra e noi,lo tenevamo. I soldati tedeschi non afferrarono molto velocemente cosa volevamo che loro facessero, ma quando capirono, cooperarono in pieno. Pure loro sostennero la cima.
Giacevamo sul nostro scoglio, mentre gli uomini ci incrociavano e ci sorpassavano. Volsi la schiena in direzione delle onde e alzai il cappuccio della mia giacca impermeabile. Era una buona protezione, perché mi riparava gli occhi e i capelli dall’acqua salata e oleosa. Ma tutti avevamo molto freddo ed eravamo in preda ai brividi.

Magorian, un secon